
C'è un fascino particolare che mi attrae nei libri d’epoca. Durante le ricerche per il mio romanzo ho dedicato parecchie ore alla lettura di libri, lettere, saggi e articoli di giornale, tutti risalenti all’arco temporale che va dall’inizio dell’800 fino a circa il 1910.
Mi sono ritrovato ogni giorno immerso in quell’epoca, e al di là dei singoli eventi di cui sono venuto a conoscenza, che hanno certamente la loro attrattiva, qualcos’altro mi ha toccato nel profondo.
Parlo degli sforzi.
Gli sforzi di quelle persone che ora non ci sono più. Hanno scritto libri, lettere, saggi e giornali e non solo quelli di grande successo che sono giunti fino a noi, ma anche una miriade di cose che per un motivo o per un altro sono cadute nell’oblio, dimenticate per sempre.
Una di quelle che mi aveva colpito era un libro di testo destinato ai ragazzi delle scuole. Oggi potremmo vedere nella produzione di un tale testo un equilibrio tra l’aspetto divulgativo e quello economico, ma in quel libro c’era qualcosa di diverso. Non poteva essere solo un prodotto, traspariva tra le pagine tutta la volontà di voler essere di più. La sua vocazione era prendere per mano quei ragazzi e accompagnarli verso un futuro sconosciuto. Realizzare un’opera del genere era un compito immenso, pieno di ostacoli e margini di profitto limitati.
Tutto, a partire dal testo, all’impaginazione, alle incisioni, era fatto con estrema cura. E le parole non erano solo un mezzo di divulgazione, ma trasmettevano un messaggio. E tutto ciò accadeva anche per gli altri libri, articoli, lettere e saggi che oggi sono stati cancellati dalla nostra memoria.
A più di un secolo di distanza, osservo quei lavori e sento ancora quanto quegli uomini e quelle donne si siano prodigati per rendere migliore il mondo. Lo si vede nella qualità della scrittura, nella ricerca e nella cura con cui sono confezionati. Certo, c'erano anche cose mediocri, come in ogni epoca, ma ciò non toglie che il mondo sia stato plasmato da innumerevoli figure comuni che hanno brillato solo per chi li circondava. Amici, parenti, collaboratori e colleghi. Persone come noi, che hanno messo cuore, mani e ingegno nelle pagine dei libri o tra gli ingranaggi dei giocattoli di legno. Ingegneri di fatto ma non di professione, che hanno inventato macchine per aiutare l’umanità a progredire nelle scienze e nell'agricoltura.
Mi chiedo certe volte se anche noi un giorno saremo visti con la stessa attenzione dalla generazione +100. Se ci guarderanno dal futuro e ci ringrazieranno per ciò che abbiamo lasciato loro, o se ci condanneranno per l'eredità consumata di cui sono circondati. Ma sono sicuro che qualcuno leggerà un libro e qualcun altro ascolterà una musica, e costoro guarderanno ai loro antenati con ammirazione e nostalgia, cercando di carpire qualcosa tra le righe, così, come io ho fatto nei nostri tempi moderni.
Una giornata meravigliosa
(racconto)
24 settembre 1898
Carissima Clara,
oggi ti scrivo con la matita, e ne vado particolarmente orgoglioso, perché è stata una giornata meravigliosa. Ti ricordi di quel mio allievo, Pietro, quello che veniva sempre a scuola con le scarpe rotte e i vestiti logori? È un ragazzino intelligente, brillante, che riesce bene nello scrivere composizioni. Oggi, mentre tutti uscivano dalla classe, lui è rimasto al suo posto con la testa bassa. Aveva il respiro affannato e si mordeva le labbra. Doveva essere successo qualcosa a casa e stava sicuramente cercando il mio aiuto. Così mi sono avvicinato, ma lui non ha battuto ciglio, allora ho poggiato le dita sul banco affinché mi notasse. È rimasto immobile. I capelli castani gli scendevano sulla fronte e dall’alto non riuscivo a vedere i suoi occhi. Mi sono chinato. “Pietro,” ho detto, “non ti senti bene? Hai bisogno di aiuto?” Lui ha alzato la testa e mi ha fatto un mezzo sorriso, gli tremava il mento. Lo vedevo proprio, aveva dei piccoli spasmi simili a quelli di una persona che piange, ma dai suoi occhi non scendeva alcuna lacrima. Ha messo le mani tremanti sotto il banco e ha tirato fuori un plico di fogli. Quello sul davanti era ricoperto per metà da parole sbiadite e in cima c’era un titolo a lettere grandi e perfettamente rotonde. L’aveva sicuramente scritto lui, Pietro è bravo anche in calligrafia. Ha allontanato i fogli da sé e nell’aria ha risuonato distintamente lo sfregare della carta e niente più, perché la scuola era già deserta. Mi sentivo strano in quella situazione surreale: io e Pietro da soli in quell'aula angusta, con le finestre sigillate e la luce di fuori che gettava le nostre ombre sul muro pitturato di verde. Avevo paura che da un momento all’altro si affacciasse l’inserviente per rimproverarci. Non capivo cos'erano quei fogli, così col palmo della mano, li ho rivolti verso di me per leggerne il titolo. C’era scritto ‘Un uomo senza fatica’. “Cos’è?” Ho domandato, “Una composizione?” Lui ha annuito e ha parlato con voce sommessa “Sì, ho partecipato al concorso del giornale, ma non sono stato accettato”. Quella era una notizia terribile! Una composizione di Pietro, non accettata a un concorso? Doveva essersi girato il mondo, ecco perché era così giù e perché era rimasto in classe. Forse voleva che io sapessi, oppure cercava una parola di conforto dal suo insegnante. Gli ho poggiato la mano sulla spalla e ho sentito il suo dolore. Alla vista non sembrava scosso, ma invece tremava, e quel contatto mi fece tornare a mente tutto: aveva subito un duro colpo, ed ero stato io qualche giorno prima ad esserne l'artefice, gli avevo detto: “Puoi partecipare a qualsiasi concorso, le tue composizioni sono eccellenti. Ci metterei la firma, su qualsiasi cosa tu scrivessi”. Non dovevo spingerlo tanto in là, era troppo per un ragazzino. Un uomo dotto come me, che ha a che fare tutti i giorni con questi bambini e le loro madri e i loro padri, doveva intuire che una spinta a occhi chiusi come quella, avrebbe significato prima o poi una delusione. Ho dovuto trattenermi con l’altra mano sul banco, perché credimi, Clara, se ti dico che non mi reggevano le gambe. Vedere tutto il dolore di un ragazzo su cui avevo riversato il mio entusiasmo, era devastante. Nessuno si rende conto di cosa passano questi giovani o di cosa gli passa per la testa. Li vediamo apparire al mattino, sparire la sera e poi veniamo a conoscenza delle vicende che circondano le loro famiglie: povertà, litigi, lavoro e a volte botte. Allora ho tolto la mano dalla sua spalla e gli ho accarezzato la testa. “Pietro, quelli che hanno deciso, non sono altro che uomini, uomini come me. Perdonami”. Al che, lui ha tirato su la testa e le sopracciglia gli si sono inarcate. “Loro non sono come voi, non lo hanno neanche letto”. Non lo avevano letto? Com’era possibile? Lui abbassa lo sguardo e poggia le dita sul foglio. “Lo hanno rifiutato perché l’ho scritto a matita, ma a casa non abbiamo penna e inchiostro”. Questo cambiava tutto, mia cara Clara, non era un giudizio sulla sua opera, tantomeno sulle sue capacità di scrittore! Il cuore mi si è alleggerito e in quel momento ho capito di cosa avesse bisogno quella povera creatura, così ho tirato fuori dal taschino la penna stilografica, quella che ci ha lasciato nostro padre e l’ho appoggiata sul banco. Mi si è stretto il cuore in realtà, ma allo stesso tempo ho sentito un desiderio dentro di me, volevo che lui avesse le stesse possibilità degli altri. E questo era più importante della penna del babbo. “Prendila, Pietro, prendi la mia penna, e usala per il tuo concorso”. Lui ha allungato la mano ed è rimasto così per qualche secondo. Sembrava commosso, poi le sue guance si sono rigate di lacrime. Ha stretto la penna e si è alzato in piedi. “Grazie Signore”, ha detto. Se ne è uscito dal banco e si è avvicinato alla porta. Ma i fogli! Si era dimenticato i fogli, il ragazzo. Vedi, Clara? Vedi che scherzi può fare la troppa emozione? Li ho sventolati verso di lui. “Pietro, dove vai? Hai dimenticato la tua composizione”. Lui è rimasto fermo, con le labbra semi aperte. Stava respirando a fatica, si capiva perché era diventato tutto rosso. “N-no, maestro. Tenetela voi, e leggetela se volete”. Penso di aver strabuzzato gli occhi o di aver fatto una strana smorfia, perché lui è scappato e mentre fuggiva ha detto: “Siete un grand’uomo!” E lo sai, mia cara Clara? Ho iniziato a leggere le prime righe, ma poi ho dovuto fermarmi, perché gli occhi mi si erano riempiti di lacrime e non riuscivo più a vedere nulla. Quella composizione parlava di una persona che gli aveva cambiato la vita. Ed ero io, Clara. Ero io quella persona. Non dimenticherò mai questa giornata, il giorno in cui mi separai dalla penna del babbo e in cui Pietro cambiò per sempre la mia vita.
Il tuo caro fratello, Paolo.
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Questo post fa parte di una serie in cui, preso da un'idea e dall’impulso di scrivere, butto giù un piccolo racconto ispirato alle riflessioni del post. In questo caso ho usato la forma epistolare. Non è il massimo dal punto di vista dell’immersione, ma lascia talmente tanta libertà e spazio alla semplicità, che certe volte sono tentato dallo scrivere un libro intero in questo modo. Niente coerenza temporale, possibilità di usare gerundi a profusione, tempi e frasi lunghe e addirittura anche errori grammaticali. Sempre che l’autore della lettera non sia un dotto come Paolo (e speriamo che io non lo abbia reso ignorante!).